Non è necessario saper fotografare per raccontare qualcosa di sé
Una delle prime preoccupazioni che incontriamo quando proponiamo un laboratorio fotografico è spesso questa:
“Ma io non sono capace di fotografare.”
È una frase che abbiamo sentito in forme diverse.
A volte viene detta da un ragazzo. A volte da un adulto. A volte da qualcuno che non ha mai utilizzato una macchina fotografica.
Ma c'è una cosa che cerchiamo di chiarire fin dall'inizio:
non è necessario essere bravi fotografi per avere qualcosa da raccontare.
Una fotografia può essere importante anche se non è perfetta
Può essere mossa. Può essere storta. Può avere una luce difficile. Può essere tecnicamente poco precisa.
Eppure può essere proprio quella fotografia a raccontare qualcosa di importante.
Perché il suo valore non dipende soltanto da come è stata realizzata.
Dipende anche dal motivo per cui è stata scelta.
Durante i nostri laboratori ci interessa molto di più chiedere: “Perché hai fotografato proprio questo?”
piuttosto che: “Hai scelto la giusta inquadratura?”
La tecnica può essere imparata
Conoscere la luce, la composizione, la messa a fuoco e le impostazioni della macchina fotografica può certamente aiutare.
Sono strumenti importanti. Ma vengono dopo.
Prima c'è qualcosa che la tecnica non può insegnare: avere uno sguardo.
Sapere che cosa ci interessa.
Accorgerci di un particolare.
Riconoscere qualcosa che ci emoziona.
Decidere che vale la pena fermarsi.
Queste cose non dipendono dalla qualità della macchina fotografica.
Nei nostri laboratori partiamo da ciò che le persone vedono
Con Dietro ai miei occhi, per esempio, la fotografia diventa uno strumento per raccontare il proprio modo di vedere e vivere il mondo.
Non chiediamo ai partecipanti di realizzare fotografie tecnicamente perfette.
Ci interessa che possano esprimere qualcosa attraverso le immagini.
Può essere un luogo. Un dettaglio. Qualcosa che li interessa particolarmente o qualcosa che li tranquillizza. Qualcosa che appartiene alla loro quotidianità.
La fotografia diventa così un linguaggio personale.
Anche a scuola il punto di partenza non è la perfezione
Con gli adolescenti questo aspetto diventa particolarmente evidente. Un ragazzo può non sentirsi sicuro delle proprie capacità fotografiche. Può pensare che gli altri siano più bravi. Può confrontare le proprie immagini con quelle che vede sui social.
E può quindi partire già convinto di non avere nulla di interessante da mostrare.
In un laboratorio cerchiamo di spostare l'attenzione.
Non chiediamo: “La tua fotografia è bella abbastanza?”
Chiediamo: “Questa fotografia dice qualcosa che vuoi raccontare?”
È una domanda completamente diversa.
Fotografare può essere un modo per trovare una voce
Non tutti si raccontano facilmente attraverso le parole. Qualcuno ha bisogno di tempo e qualcuno preferisce osservare. C’è chi riesce a esprimersi meglio attraverso un'immagine.
Questo non significa che la fotografia sostituisca la parola.
Significa che può offrire un'altra possibilità. Un'altra porta d'ingresso alla comunicazione.
Ed è proprio questa possibilità che ci interessa esplorare nei nostri percorsi.
La fotografia non deve dimostrare quanto siamo bravi
Quando eliminiamo la necessità di essere “bravi”, cambia anche il rapporto con la fotografia.
Possiamo provare, sbagliare. Possiamo scattare una fotografia che non ci piace.
Possiamo cambiare idea.
Possiamo scegliere un'immagine che tecnicamente non avremmo mai selezionato, ma che per noi significa qualcosa.
È uno spazio in cui non dobbiamo necessariamente dimostrare una competenza.
Possiamo semplicemente guardare e scegliere.
Prima di imparare a fotografare, impariamo a guardare
È questo il motivo per cui nei nostri laboratori la tecnica non è mai il punto di partenza.
Perché una macchina fotografica può insegnarci come realizzare una fotografia.
Ma non può dirci che cosa vale la pena fotografare.
Quella scelta appartiene a chi guarda.
E per raccontare qualcosa di sé, spesso, è proprio da lì che bisogna cominciare.
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