Perché stampiamo le fotografie

Oggi quasi tutte le fotografie che realizziamo rimangono dentro uno schermo: sul telefono, nel computer, in una cartella che magari dimentichiamo di aprire.

Scattiamo, guardiamo per qualche secondo e poi passiamo alla fotografia successiva.

Nei nostri progetti scegliamo invece, quando possibile, di stampare.

Non è una scelta nostalgica.

E non è nemmeno soltanto una questione estetica.

Per noi la fotografia cambia quando diventa qualcosa che possiamo tenere tra le mani.

Una fotografia stampata chiede un tempo diverso

Guardare una fotografia sul telefono è un gesto veloce. Possiamo ingrandirla, scorrerla, eliminarla o passare alla successiva in pochi secondi.

Una fotografia stampata è diversa.

Rimane lì.

Possiamo osservarla senza notifiche, senza altre immagini che la sostituiscono immediatamente.

Possiamo mostrarla a qualcuno, appoggiarla su un tavolo, conservarla.

È un oggetto che entra nello spazio reale e, in qualche modo, acquista una presenza diversa.

Nei laboratori la stampa è parte del percorso

Per questo non consideriamo la stampa semplicemente come il prodotto finale di un laboratorio.

È parte dell'esperienza.

Quando un ragazzo sceglie una fotografia da stampare, per esempio, non sta soltanto decidendo quale immagine gli piace di più.

Sta facendo una scelta.

Tra molte fotografie decide quale vuole conservare e quale vuole mostrare agli altri.

E questa scelta può diventare un'occasione per parlare.

  • Perché proprio questa?

  • Cosa ci vedi?

  • Che cosa racconta di te?

La fotografia acquista così un significato che va oltre la sua qualità tecnica.

La fotografia cambia quando viene condivisa

Una fotografia sul telefono spesso appartiene a chi l'ha scattata.

Una fotografia stampata può diventare qualcosa da condividere.

Può essere regalata. Può essere mostrata alla famiglia. Può essere esposta. Può entrare in un piccolo libro fotografico o in un Leporello.

Può diventare un ricordo che qualcun altro conserverà.

Questo aspetto è particolarmente importante nei nostri progetti, perché la fotografia non nasce soltanto per essere vista da chi la realizza.

Nasce anche per entrare in relazione con gli altri.

Nei progetti con le persone anziane questo diventa ancora più evidente

In Ricordi Vivi, per esempio, il ritratto non è soltanto un'immagine realizzata durante un incontro.

La fotografia stampata può diventare qualcosa che rimane alla persona e alla sua famiglia.

Accanto al volto può esserci una storia, un ricordo, una frase.

E improvvisamente quella fotografia non documenta semplicemente una persona.

Racconta una parte della sua vita.

È qualcosa che può essere conservato e ritrovato anche a distanza di anni.

Anche nei laboratori con i ragazzi la fotografia acquista un'altra dimensione

Una fotografia che sullo smartphone sarebbe rimasta una delle tante, quando viene stampata diventa una scelta visibile.

Può essere riguardata. Può essere confrontata con quelle degli altri. Può essere inserita in una sequenza.

Può diventare parte di un lavoro collettivo.

Nel caso di Piccole storie d'autore, per esempio, le fotografie selezionate diventano parte di un racconto più ampio e prendono forma all'interno di un Leporello.

La fotografia non è più soltanto uno scatto.

Diventa una traccia del percorso fatto.

Stampare significa dare valore

Non pensiamo che ogni fotografia debba necessariamente essere stampata.

Ma pensiamo che, nei percorsi in cui la fotografia viene utilizzata per raccontarsi, scegliere alcune immagini da portare fuori dallo schermo abbia un valore particolare.

Significa dire: questa fotografia merita di essere conservata.

E forse anche: questa parte della mia storia merita di essere vista.

Per questo continuiamo a stampare.

Perché una fotografia può essere digitale, ma il modo in cui la incontriamo può ancora essere profondamente umano.

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Non è necessario saper fotografare per raccontare qualcosa di sé

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Piccole storie d'autore: imparare a raccontare attraverso la fotografia