Quando gli studenti non vogliono fotografare: cosa succede davvero in un laboratorio a scuola

Quando si propone un laboratorio fotografico a scuola, si potrebbe immaginare che gli studenti siano entusiasti.

In fondo, la fotografia fa parte della loro quotidianità: hanno uno smartphone, scattano fotografie, condividono immagini.

Ma essere abituati a fotografare non significa necessariamente avere voglia di partecipare a un laboratorio.

Lo abbiamo visto molto chiaramente durante Inside Me – Raccontarsi tra i banchi.

La fotografia non risolve automaticamente il problema dell'attenzione

Lavorare con gli adolescenti significa anche accettare che non tutto funzioni come avevamo immaginato.

Durante alcuni incontri abbiamo trovato ragazzi distratti, poco interessati alla parte teorica, poco propensi a svolgere le attività a casa.

Non era una sorpresa per gli insegnanti, che conoscevano bene quelle dinamiche.

Ma per noi era importante non trasformare questa difficoltà in una battaglia.

Non eravamo lì per ottenere obbedienza. Eravamo lì per cercare un modo per entrare in relazione con loro attraverso la fotografia.

Quando la teoria non funziona, si può cambiare strada

Abbiamo notato che alcuni ragazzi facevano fatica a mantenere l'attenzione durante le spiegazioni.

Quando invece passavamo alla pratica, qualcosa cambiava.

La macchina fotografica, l'ambiente, la possibilità di scegliere cosa osservare diventavano più concreti.

Questo non significa che improvvisamente partecipassero tutti nello stesso modo.

Ma ci ricordava una cosa importante: non esiste un unico modo di entrare in un'esperienza.

Per qualcuno passa dalla parola. Per qualcun altro dall'azione. Per qualcun altro ancora dal semplice stare a guardare per un po'.

Non abbiamo cercato di forzare la partecipazione

In un laboratorio scolastico non possiamo aspettarci che tutti abbiano lo stesso livello di entusiasmo.

E forse non è nemmeno necessario.

Ci sono ragazzi che partecipano molto. Altri che intervengono poco ma osservano attentamente.

Altri ancora che sembrano completamente distaccati e poi, in un momento inaspettato, fanno una domanda o realizzano una fotografia che racconta qualcosa di loro.

Se avessimo misurato il successo del laboratorio soltanto sulla quantità di attività completate, avremmo perso una parte importante di quello che stava accadendo.

Poi arriva il momento in cui qualcosa si apre

Durante Inside Me abbiamo lavorato anche sul tema dell'autoritratto.

Raccontarsi attraverso la propria immagine non è un'attività semplice perché significa esporsi, decidere come mostrarsi, scegliere cosa raccontare e cosa invece lasciare fuori.

Ed è proprio qui che alcuni ragazzi hanno iniziato a condividere parti di sé con una profondità che non necessariamente emergeva nelle attività precedenti.

Non perché improvvisamente fossero diventati più attenti.

Ma perché avevamo trovato un linguaggio che permetteva loro di parlare in un modo diverso.

La fotografia può aprire conversazioni difficili

Un altro momento significativo del percorso è stato il lavoro sulla violenza contro le donne.

Non era soltanto un esercizio fotografico.

Le immagini sono diventate un punto di partenza per parlare, confrontarsi e riflettere.

Anche in questo caso la fotografia non era il fine. Era il linguaggio attraverso cui affrontare un tema.

Ed è forse questa una delle caratteristiche più interessanti del lavoro con gli adolescenti: una fotografia può permettere di iniziare una conversazione che, senza quell'immagine, sarebbe molto più difficile da avviare.

Un laboratorio non è una classe con un programma diverso

Questa esperienza ci ha ricordato anche che un laboratorio fotografico a scuola non dovrebbe essere semplicemente una lezione tradizionale con una macchina fotografica in mano.

Non possiamo aspettarci lo stesso tipo di comportamento.

E non possiamo pensare che il nostro compito sia riempire ogni minuto con un'attività.

A volte dobbiamo lasciare spazio.

Osservare.

Cambiare ritmo.

Accettare una risposta diversa da quella che avevamo immaginato.

Cosa succede davvero quando uno studente non vuole fotografare?

Non sempre succede qualcosa di negativo.

  • A volte significa semplicemente che non è ancora pronto.

  • A volte che l'attività proposta non è il suo modo di entrare nel percorso.

  • A volte che ha bisogno di vedere cosa fanno gli altri prima di provare.

  • E a volte, semplicemente, non avrà voglia di fotografare.

Anche questo fa parte del lavoro.

Il nostro obiettivo non è fare in modo che ogni studente produca necessariamente una bella fotografia.

È creare le condizioni perché la fotografia possa diventare, per chi lo desidera e quando è possibile, uno spazio di espressione.

Perché ascoltare gli adolescenti significa anche accettare che non sempre abbiano voglia di parlare.

E che qualche volta, prima di una fotografia, ci sia bisogno semplicemente di aspettare.


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